La prima nave della US Navy - che pagò con l’affondamento il fio dell’assalto anfibio del 10 luglio 1943 - passato alla storia come operazione Hushy - fu il cacciatorpediniere Maddox inabissatosi tra Licata e Gela.
La prima nave della US Navy - che pagò con l’affondamento il fio dell’assalto anfibio del 10 luglio 1943 - passato alla storia come operazione Hushy - fu il cacciatorpediniere Maddox inabissatosi tra Licata e Gela.
http://www.quilicata.it/quell11-luglio-1943-un-inferno-per-gli-alleati-a-licata-viene-affondata-la-nave-lst-158/
Era spuntata l’alba dell’11 luglio 1943
ma non si era ancora del tutto sedato il rumore minaccioso della battaglia
mentre sulle spiagge di Mollarella-Poliscia, Torre di Gaffe,
Falconara-Due Rocche, Poggio di Guardia e Playa continuava il brulicante sbarco
di soldati americani, carri armati,
anfibi, materiale bellico, trasportato dalle navi al largo con i mezzi anfibi, i famosi Duwk che giungevano a terra come in un continuo
ripetuto assalto. Già Patton – dal suo quartier generale ancora a bordo del
Monrovia -aveva eletto Licata come testa
di ponte costiera e la città veniva invasa
dall’ingente mole di materiale bellico della VII Armata Usa trasportato a terra
dal Corpo speciale dei Seabees, le cosiddette api del
mare, trasportatori ma anche guastatori che andavano avanti con le prime
truppe di assalto sotto il fuoco e le bombe a far saltare i grovigli di filo
spinato, le mine antiuomo, le trappole e infine costruttori di pontoni
galleggianti, alloggi, ospedali da campo, piste di atterraggio e basi
operative.
Quel giorno alcuni Seabees appartenenti
al plotone “J” 1006 C.B ( Construction Battalion) - formato da afroamericani, Corpo
speciale all’avanguardia in Sicilia arrivato a
Licata aggregato alla 2th divisione corazzata- navigavano su un Dukw, vicino all’’LST 158 quando più o
meno alle 8, 10 circa sei aerei - Ju 88 del I KG 76- scortati da Me.Bf.109G del III/JG 53 “Pik As che a loro volta scortavano 20 Me.Bf 110
del II/ ZG, comparvero minacciosi scagliando il loro
carico di bombe e centrando l’ LST.
Il
158 era nuovo di zecca, costruito nei cantieri del Missouri Valley nel
luglio del 1942, varato nel novembre dello stesso anno e assegnato alla sua
prima missione: l’operazione Husky nel
febbraio del 1943. A luglio partì da Biserta
carico di uomini e materiali del 3° Fanteria… attraversò il Mediterraneo e approdò sulle spiagge di
Licata… dove ….durante le prime ore del mattino( 11 luglio)…… fu attaccato …mentre si trovava nella Blue Beach.
Esiste tuttavia un’altra versione
rilasciata dal comandante Sullenberger
che era a bordo del mezzo LST 158 all’atto del bombardamento. Egli testualmente nella didascalia di una foto presente nell’ archivio fotografico dell’US
Navy da lui stesso scattata con dedica al padre dice : USS-LST-158 in fiamme dopo essere stata fatalmente colpita da una bomba
aerea tedesca al largo di RED Beach
- spiaggia rossa Torre di Gaffe.
Dove si trovava effettivamente l’LST
158? Al largo della spiaggia bleu, due Rocche-Falconara o al largo della
spiaggia rossa?
Comunque sia era a Licata quando la bomba attraversò un portello chiuso penetrando nella nave
carica di mezzi da sbarco, munizioni
e serbatoi di benzina. Il liquido
- riversatosi sullo scafo e incendiatosi - si propagò dappertutto persino in mare facendo esplodere le munizioni a bordo. Tutti
gli uomini a bordo,- scampati all’esplosione - all’incirca 100- si tuffarono in acqua mentre 38 circa perirono
durante il bombardamento.
Tempestivamente i 4 quattro
Seabees del plotone “J” del 1006^ C.B: Albert F. Unkenholz,
Thomas L. Coakley, Charles W. Woolmancy
e William K. Parrish a bordo del
DUKW non esitarono neppure un istante a dirigere
il loro piccolo mezzo dentro la tempesta
di fumo e fuoco nel tentativo di soccorrere i naufraghi. Ne portarono in salvo
90 circa a più riprese scaricati sulla spiaggia vicina. Furono insigniti per questa azione eroica della
Legion of Merit, una decorazione
militare creata nel luglio del 1942 dal presidente F.D. Roosevelt simile alla
Legion d’onore francese.
Anche l’LCVP (mezzo da sbarco per il
trasporto di personale) messo in mare
dai tre
membri dell’equipaggio che abbandonarono per ultimi l’LST in fiamme, Verdell Jacobson, Tommy Brown e BMC Sullenberger (foto e didascalia) si adoperarono immediatamente in
soccorso dei naufraghi .
Riportiamo
la testimonianza - tratta dal
suo diario – di Verdell Jacobson …prima di
essere arruolato la mia famiglia organizzò una festa d’addio. Mi hanno regalato
un bellissimo orologio Bulova che ho amato e portato fino a quando non è stato perso quando la nostra nave è stata
bombardata in Sicilia…
Ci
siamo imbarcati su un LST alle Bermuda ed era il 14 aprile. Ci sono volute due
settimane per arrivare a Gibilterra. Quando siamo entrati nel Mediterraneo
dovevamo essere preparati per l’attacco sempre. Dormivamo vestiti e indossavamo
sempre un salvagente. Da Orano siamo salpati da un porto in rovina per i nostri
bombardamenti per Arzew in Algeria dove 24 di noi siamo stati assegnati alla
LST 158 come equipaggio….
A
mezzanotte del 9 luglio eravamo al largo della Sicilia. Abbiamo caricato le
nostre truppe tra mine e reti da carico
lungo i lati della nave….procedevamo a fari spenti, oscuramento completo con
solo piccole luci lampeggianti dalla spiaggia, cortesia di uomini della Marina
che erano scesi a terra per prima…ad un tratto l’intera area venne illuminata
da enormi luci provenienti dalla riva… Non pensavo che potessero esserci così
tante navi intorno a noi. Mentre ci dirigevamo verso la spiaggia il
bombardamento navale continuava con proiettili che passavano sopra le nostre
teste….Sembrava che passasse un treno merci….
Quel pomeriggio
siamo riusciti ad attraccare ad un molo
di pontone per lo scarico del materiale ….avevamo
appena iniziato a essere sollevati di nuovo a bordo quando un ME.109 mitragliò
la nave e un altro sganciò due bombe. Una è caduta in mare vicino alla
nostra nave, la seconda bomba ha colpito
al centro la nave, ha attraversato un mezzo binario, un portello di carico ed è
entrata dentro il ponte direttamente nel serbatoio di tre camion carichi di
benzina. L’esplosione è avvenuta direttamente sopra la nostra sala macchine
ausiliarie. Ha messo fuori uso tutto
persino gli argani sollevandoci in alto. E’ stato un vero inferno. Il mio
equipaggio compreso me ha ripreso conoscenza in pochi minuti constatando che
l’unica cosa da fare era abbandonare la nave lasciandola bruciare. La nostra
scialuppa di salvataggio fece il giro intorno alla nave e raccolse gli uomini dell’equipaggio e i
soldati che erano riusciti a fuggire dalla nave. L’ultimo a scendere è stato il
capitano che ha portato via i documenti della nave. Complessivamente erano stati persi 33 uomini dell’esercito e 5 della
Marina. I due uomini che dormivano sopra e sotto di me furono entrambi
uccisi nelle loro cuccette…Portammo a riva l’ultimo carico e tornammo indietro
a fare ancora il giro della nave per assicurarci che non ci fosse nessun altro
in acqua. Abbiamo quindi arenato la scialuppa unendoci al resto dell’equipaggio
che ci aspettava nascosto in un campo di grano vicino alla spiaggia guardando a
nostra nave bruciare e affondare.. . Dovevamo spesso tuffarci in un canalone
vicino al campo per evitare mitragliamento di aerei tedeschi che sfrecciavano
sulle nostre teste. Non capivo dove fosse la nostra copertura aerea. Finalmente
l’LST-350 ha soccorso il nostro equipaggio e ci ha fornito scarpe, vestiti, e
qualsiasi altra cosa fosse necessaria portandoci a Biserta sotto attacco aereo
per metà della notte e parte del giorno successivo.
Sappiamo per certo comunque che il relitto dell’ LST 158 è stato ritrovato nel 2019 ad opera dei sub dell’Associazione
archeologica italiana e della Sovrintendenza del mare Sicilia con l’appoggio
logistico e nautico locale della Finziade nella zona orientale del porto di
Licata.
Una curiosità: il fotogramma (già
citato) dell’LST 158 scattato dal membro
dell’equipaggio, Sullenberger, anni fa è stato ripreso e riproposto dalla serie americana “Victor at Sea” e però quando questo filmato
è andato in onda sul canale storico, il narratore stava descrivendo il
bombardamento della USS-LST-313- affondato a Gela il giorno prima- mentre dell’LST 158 non era stata fatta
neppure menzione.
Se punti
oscuri rimangono ancora su questa vicenda spetta alla ricerca storica continuare
a cercare e a dirimerli. Da parte mia spero di avere aggiunto un piccolo tassello di verità.
Carmela Zangara
Tra le navi affondate durante l’assalto anfibio alleato del 10 luglio 1943 c’era anche una Liberty –la Robert Rowan,- una delle 2710 navi americane chiamate così perché il presidente Roosevelt alla cerimonia di lancio,
Nel giorno della
liberazione vorrei ricordare un episodio emblematico del prezzo pagato alla
liberazione anche dai soldati italiani
Ci riferiamo in particolare ad un episodio avvenuto a Mollarella-Poliscia dove
furono affondati diversi “zatteroni”. Con questo nome si indicavano i mezzi navali Usa più piccoli (11 metri circa) adibiti al trasporto di truppe e materiali- in linguaggio tecnico LCVP ( Landing Craft
Vehicle Personnel) l’equivalente
americano dell’ LCA inglese, chiamati anche
Higgins Boat dal nome del costruttore. Costruiti in compensato con fondo
piatto disponevano a poppa di una rampa di acciaio per il carico e principalmente
lo scarico dei soldati e potevano trasportare un plotone al completo o una
Jeep. Facevano la spola tra le navi al
largo e la riva dove- una volta
giunti- si arenavano temporaneamente
sotto la copertura di due mitraglieri per
lo scarico di uomini e materiali, per poi disincagliarsi e riprendere il largo
per nuovo carico.
Dei sei affondati Licata alla Poliscia riportiamo
due testimonianze.
….Dalla
postazione di ponente giungeva il grido selvaggio di un militare:
“Sparate traditori.”
Ma
l’unico sparo era il suo.
E
l’urlo rabbioso si ripeté più volte e sempre con maggiore accanimento. E
intanto dalla postazione sullo scoglio cadevano bombe sul mare. E dal mare i
cannoni rispondevano al fuoco. Per circa un’ora, il soldato - un tenente di Palermo - si difese
gridando e sparando. Poi più nulla.
Sono le testuali parole del signor Domenico Faraci che dodicenne assistette
dall’arenile della baia di Mollarella allo sbarco della Joss Force. Episodio
confermato dal signor Salvatore
Giarrizzo
…Alla postazione sopra lo scoglio tra la Poliscia e
Mollarella, c’era un tenente, amico di mio padre…..Era un fascista convinto. Fu
lui la sera dello sbarco a resistere…..anche
lui dodicenne, anche lui testimone diretto della vicenda trovandosi in contrada
Poliscia.
Erano le prime
ore della notte del 10 luglio del 1943
quando agli occhi dell’ esterrefatto tenente- in servizio nella postazione
allocata nella casamatta Di Bilio - apparve - nel mare prima buio illuminatosi
all’improvviso - l’immenso, minaccioso schieramento navale della 3 Divisione
Usa. Già i Dukw sfrecciavano veloci per
trasportare a riva i Rangers del 15° reggimento fanteria della
3^Divisione di Truscott.
Malgrado
l’impari sproporzione di forze, sapendo
bene da buon ufficiale che da quel posto di frontiera sarebbero dipese le sorti dell’invasione, ingaggiò un vero e proprio attacco di fuoco sputando
senza sosta granate dalle artiglieria di posizione di cui era dotato contrastando
senza sosta lo sbarco.
…L’ho
sentito gridare minacciando gli altri soldati della postazione. Dava loro
l’ordine di sparare.
Per
un po’ si sentirono diversi spari. I soldati stavano eseguendo gli ordini. Poi
gli spari cessarono e solo il suo urlo disperato echeggiava come una staffilata
nel buio:
“Traditori.
Sparate.”
Ebbene in quella prima linea sulla base dell’elenco degli
ufficiali catturati a Mollarella non ci furono
i “traditori” se è vero che le truppe d’assalto non appena misero piede sulla battigia, sotto protezione dell’artiglieria navale, puntarono a neutralizzare le forze nemiche più
vicine al mare: un plotone di fucilieri della 1^ compagnia del
390° battaglione costiero- allocato su
Punta Colonne- uno dei quattro Punti di osservazione (P.O.C.) di Licata che -insieme a Poggio di Guardia, Torre di
Gaffe, Torre S. Nicola – era stato istituito dal Re il 30 novembre del 1941 in
occasione della visita ad Agrigento
durante la quale effettuò un’ ispezione
delle truppe della 207 Divisione costiera dislocate nei cento chilometri di
costa tra Sciacca a Licata. Tant’è che….
…Per
un po’i fucilieri risposero al
fuoco, poi più niente….Il
comandante del plotone, sottufficiale Marino Aldo, era stato fatto prigioniero e chissà
forse anche i suoi uomini avevano fatto
la stessa fine o erano caduti se poi
sulla spiaggia si trovarono i corpi (testimonianza Urso Maria….. La luce del sole ci
rivelò lo spettacolo giù a valle. Nella spiaggia e nei terreni di Mollarella
c’erano carri armati, soldati e zatteroni dappertutto. E sparsi qua e là - così
dicevano gli adulti – tanti cadaveri derubati e spogliati di tutto….)
Alla Caduta era anche un’altra postazione con un obice da 100/22 17 Mod. 14/19 appartenente alla 2^ batteria del 209° gruppo del 6° Rgpt. del XVI
C. d’A. Divisione Livorno comandato dal tenente
Rossari Gaudenzio, anche lui – dagli atti- risulta catturato.
Una volta aperta la breccia i Rangers avrebbero dovuto trovarsi sotto il fuoco di
un semovente Fiat Ansaldo M42M da 75/34 del 445° gruppo artiglieria della
Guardia di Frontiera - allocata nelle case
Mulé- anche questo zittito
verosimilmente dai parà dell’82^ aviotrasportata –
(Testimonianza Marchì …Noi eravamo nella
grotta dei Mulé…..Si vedevano
soltanto le luci nel mare. Poi, nel buio fitto emersero alcuni soldati.
Camminavano in fila indiana nel viottolo sottostante, avevano sulle spalle
qualcosa di ingombrante. Da dove fossero sbucati non sapevamo. Certamente erano
stati paracadutati dal cielo perché dal mare non era ancora iniziato lo sbarco)-
che dalla vicina grotta Mulè passarono alla postazione prendendo alle
spalle - e catturando - i due sottotenenti comandanti Grasso
Domenico e Pantellaro Gioacchino.
Intanto il tenente
all’estremità opposta, continuava a sparare dalla sommità di Capo Sella Mollarella da dove poteva dirigere
i suoi attacchi su entrambe le due contigue baie di Mollarella e Poliscia. E
allorché il silenzio intorno gli rivelò a
chiare lettere che era rimasto da solo a
combattere il nemico la … sua accanita, solitaria resistenza - non si fermò,
anzi -
durò ancora a lungo…
… Sa quante imbarcazioni affondò? Di sei posso
testimoniare. Due sono ancora visibili nel tratto di costa della Poliscia…
Lì l’indomani non c’era più. Non lo trovammo. Se fosse
morto sarebbe rimasta una qualche traccia. Per me non è neanche morto.
Casualmente qualche giorno fa – durante un ricerca- mi
sono imbattuta nel carteggio degli
ufficiali prigionieri di guerra
dell’esercito italiano e qui con mia grande sorpresa ho trovato il nome del militare e degli altri
quattro.
Costui non era un tenente ma un capitano della 207^
Divisione costiera, comandante la 211^ Compagnia mitraglieri da posizione del
XII Raggruppamento artiglieria, di stanza a Mollarella si chiamava Candela Luigi di Palermo, l’unico
ufficiale maggiore dei quattro, l’unico catturato a Mollarella di cui non è
precisato la posizione esatta mentre degli altri quattro è specificata il luogo di cattura : Marino e
Rossari a Pizzo Caduta, gli altri due a
Case Mulé. Pertanto sullo scoglio doveva esserci il Capitano Candela
preso per ultimo.
..
L’indomani salii sullo scoglio e lungo la salita vidi due morti. Erano due
militari americani che avevano tentato di salire a piedi sullo scoglio per
prenderlo vivo. Ma non ce l’avevano fatta.
Non si era arreso, aveva continuato a lottare freddando lungo la salita verso la grotta,
due dei fanti Usa che stavano procedendo
alla sua cattura. Preso vivo si è avviato verso i campi di prigionia pagando il
prezzo alla liberazione dal fascismo come altri 3 Capitani, un Maggiore, 31 tenenti, 63
sottotenenti e 4 ufficiali della Milmart
catturati tutti nella zona di Licata durante le azioni del 10 luglio 1943.
Di questa solitaria, decisa resistenza rimangono i resti insabbiati degli
zatteroni per anni visibili con la bassa marea sulla spiaggia della Poliscia-
adesso in parte rimossi come ha
affermato il maresciallo Farruggio della Guardia costiera di Licata- importanti reperti documentari della difesa
della VI Armata di Guzzoni all’invasione alleata in Licata .
Carmela Zangara
( Pubblicato su Qui Licata il 24 aprile 2021)
LE FORZE CONTRAPPOSTE ALLA VIGLIA
DELLO SBARCO ALLEATO IN SICILIA
FORZE ITALO-TEDESCHE
Alla vigilia dello sbarco l’Italia schierava in Sicilia 230.000
uomini e 1.500 cannoni organizzati nella 6° Armata con sede ad Enna, al comando
del generale Alfredo Guzzoni.
I Reparti
d’armata con capo di stato maggiore il gen.
Emilio Faldella, erano così strutturati: Intendenza (gen. Ugo Abbondanza). Unità a
disposizione: 4ª Div. fanteria motorizzata “Livorno”
(gen. Domenico Chirieleison), 10° raggruppamento
artiglieria semovente da 90/53 (col. Ugo
Bedogni), 505° gruppo artiglieria da 90/53, battaglione del
10° reggimento arditi (maggiore Vito Marcianò),
177° bersaglieri, 1 Btg. costiero bersaglieri, 2 cp moto, 1 btg R35, XXIX
Brigata costiera 136° rgt., XXX gruppo squadroni cavalleggeri “Palermo”, due batterie contraeree, 1
batteria da 75 mm., Gruppi mobili e
Gruppi Tattici.
Il XII Corpo d’Armata, guidato dal gen. Mario Arisio con sede a Corleone e dal 12
luglio gen.
Francesco Zingales, aveva competenza sulla Sicilia
Occidentale, da Licata e Cefalù: 26ª Divisione. Fanteria da montagna "Assietta" (gen. Erberto Papini), 28ª
Divisione Fanteria “Aosta" (gen. Giacomo Romano), 202ª Divisione Costiera (gen. Gino Ficalbi), 207a Divisione Costiera (gen. Ottorino Schreiber), 208a
Divisione Costiera (gen. Giovanni Marciani), dislocata
tra Palermo e Trapani), 136° Reggimento Costiero Autonomo (fra Palermo e S.
Stefano di Camastra), truppe Costiere di C.d.A. di rinforzo, Difesa Porto
"N" (Palermo), 10° Reggimento Bersaglieri (ten. col. Pio Storti),
appartenente al gruppo tattico Schiusa Sclafani, 177° Reggimento Bersaglieri (col. Alessandro Venturi) a disposizione
della 207a Divisione Costiera (gen. De
Laurentis), 51° battaglione Bersaglieri, appartenente al gruppo
tattico controcarro Inchiapparo-Casale, 1° battaglione Bersaglieri controcarro,
, 448° battaglione costiero autocarro, ripartito per cp. nei gruppi mobili “A”, “B”, “C”, 112° battaglione
mitraglieri a disposizione della 208a Divisione Costiera, 102° battaglione
carri del 131° raggruppamento di Fanteria Carristi (50 carri), ripartito per
cp. nei gruppi “A”,
“B”, “C”, 10a squadriglia autoblindo (13 unità), appartenente al gruppo tattico
di Schiusa Sclafani, , 12° raggruppamento di artiglieria di medio calibro su 5
gruppi motorizzati (col. Ferdinando Ainis), 7° gruppo
artiglieria contraerea da 75, 104° battaglione controcarri a disposizione della
207a Divisione Costiera, 19° gruppo Centauro da 105/28, 103° gruppo da 75/27 a traino
meccanico – 12a btr col 10° reggimento Bersaglieri, 110° gruppo da 75/27 a
traino meccanico-2a btr col gruppo mobile “A”, 233° gruppo Centauro da 75/27 a traino meccanico aggregato alla Divisione “Assietta”, tranne la 6a btr aggregata al
gruppo mobile “C”, 133° battaglione semoventi da 47/32, ripartito per cp. nei
gruppi mobili “A”, “B”, “C”, 1° gruppo squadroni cavalleggeri “Palermo”, appartenente al gruppo tattico
Campobello-Ravanusa, un battaglione del Genio..
Il XVI Corpo d’Armata, al comando del
gen.
Carlo Rossi con sede a Piazza Armerina, aveva competenza
sulla Sicilia orientale, da est di Cefalù a Gela: 54ª Divisione Fanteria "Napoli"(gen. Giulio Cesare Conte Gotti Porcinari ), 206ª
Divisione Costiera ( gen. Achille D'Havet), che aveva
il compito di presidiare un settore lungo 132 km., XVIII Brigata Costiera (gen. Orazio Mariscalco), XIX Brigata
costiera (gen. Giovanni Bocchetti), dislocata
da S. Stefano di Camastra fino a Messina, 213ª Divisione Costiera (gen. Carlo Gotti), dislocata fra
Messina e Catania); truppe di C.d.A. di
rinforzo Costiere, Difesa Porto "E" (Catania), 40° raggruppamento di
artiglieria su tre gruppi da 105/28, 2 gruppi da 149/13 (col. Francesco Gennaro), un
raggruppamento di artiglieria di medio calibro su 5 gruppi motorizzati, 12°
battaglione mitraglieri, 11° gruppo artiglieria contraerea da 75, un
battaglione del Genio, 101° battaglione carri del 131° Reggimento Fanteria
Carrista (50 carri), CCXXXIII battaglione semovente da 47/32 (n. 15 unità),
raggruppamento mobile Est su 5 gruppi (D, E, F, G, H).
La
difesa costiera era affidata ai reparti costieri (3 comandi piazze militari, 2
comandi porto, 5 divisioni, 2 brigate e un reggimento), il cui compito era
limitato alla sola vigilanza, poiché si trattava di unità prive di automezzi ed
incapaci di contrattaccare.
Una divisione costiera
aveva un organico di 8 mila uomini, divisi in 8
battaglioni di fanteria e 14 batterie con complessivi 56 pezzi di
artiglieria. Una brigata aveva, invece, un organico di 5 battaglioni di frontiera
e poteva contare su 8 batterie con 32 pezzi.
Queste unità erano state
costituite con richiamati siciliani delle classi più anziane (molti superavano
anche i 35 anni), scarsamente addestrati e peggio equipaggiati. Questi soldati
occupavano le scarse fortificazioni costruite sulle coste e nell’immediato
entroterra, costituite da casamatte senza blindatura, da trinceramenti, parte
in cemento e parte in scavo e reticolati con limitati campi minati. Questi
uomini erano armati di moschetti 91 e di fucili mitragliatori Breda modello 30 di facile inceppamento
e di bombe a mano SRCM che facevano più rumore che danno.
Le 6a Armata portroppo
soffriva delle solite carenze delle forze armate italiane. Disponeva, infatti,
di pochi e ormai vecchi carri armati, in gran parte ricevuti dalla Commissione
dell’armistizio con la Francia dopo la Grande Guerra. Si trattava di vecchi
Renault non solo privi di pezzi di ricambio, ma anche dotati di una corazzatura
che resisteva appena alle pallottole di fucile. Del tutto inconsistente ed
antiquata era l’artiglieria anticarro, in gran parte risalente alla prima
guerra mondiale e alla guerra libica. A questa si univano alcuni pezzi
polacchi, preda bellica dei tedeschi sul fronte orientale. L’artiglieria
migliore era stata persa in Russia. La fanteria era priva di motorizzazione. Le
spiagge non erano state sufficientemente minate né erano state munite da veri
sbarramenti antisbarco. Insufficienti i fortini e le casematte costruite lungo
le coste e a difesa delle principali arterie stradali. I fortini, in
particolare, funzionavano da avamposti isolati. Avevano una scarsa
autonomia di fuoco, senza alcun riparo per gli attacchi alle spalle e
difettavano di collegamenti telefonici. Lo spessore dei loro muri, inoltre,
poteva facilmente essere sbriciolato dai cannoni di medio calibro. Molti,
inoltre, erano troppo vicini al mare ed esposti alle micidiali bordate dalle
navi da combattimento. Insufficienti erano anche i nidi di mitragliatrici.
Complessivamente a difendere le coste, compresi i rincalzi e le riserve,
c’erano schierati per la fanteria mediamente 36 soldati per chilometro e una
mitragliatrice ogni cinque chilometri, mentre l’artiglieria aveva potuto
mettere in campo solo una batteria per ogni 8-10 chilometri. E’ del tutto
evidente che con questi esigui ed antiquati mezzi non si poteva respingere una
forza alleata costituita da migliaia di soldati dotati di potenti e moderni
mezzi offensivi. Mancavano persino le scarpe per i soldati. Quelle nei
magazzini siciliani andavano dal 44 in poi e non erano utilizzabili. Ne furono
spedite altre 70 mila paia, con i numeri giusti, ma giunte alla stazione di
Catania mentre infuriava un attacco aereo, furono trafugate. Assai carente era
pure il vestiario per i soldati, molti dei quali assai spesso se avevano i calzoni,
non avevano invece la giubba. A ciò si unisce l’ormai debole morale delle
truppe italiane a seguito delle varie sconfitte in Africa, da El
Alamein alla resa in Tunisia, e della perdita di Pantelleria e di Lampedusa
e dei massicci bombardamenti a tappeto che martellavano ripetutamente i
principali centri dell’isola, tra cui Palermo, Catania, Caltanissetta e Comiso,
che ne avevano sgretolato il tessuto urbanistico. La logica di tali
bombardamenti rispondeva alla linea imposta dal Foreign Office a Casablanca e
accettata dagli americani. Gli Inglesi, infatti, erano convinti che così
facendo si piegava il morale degli italiani con il terrore, con i massacri e
con le distruzioni e questa scelta doveva durare con fermezza sino al D-Day.
Le incursioni aeree sulla
Sicilia erano iniziate sin dalla dichiarazione di guerra. Nel giugno del 1940
l’iniziativa fu presa dagli aerei francesi che, giungendo dalla Tunisia,
avevano come obiettivo Palermo e Trapani. Neutralizzata la Francia,
incominciarono a colpire la Sicilia gli aerei inglesi che arrivavano quasi
sempre di notte, quando la caccia italiana non si alzava in volo e la difesa
delle città era affidata ad una insufficiente controaerea. L’intensità dei raid
aumentò nel 1942. Con l’inizio del 1943 entrarono in azione i potenti B-24,
chiamati Liberator. La mancanza di
calcestruzzo aveva impedito la costruzione di veri rifugi e pertanto la
gente ricorreva alle cantine, ai sottoscale ed ironia della sorte venne a
mancare anche l’acqua e il carburante per le autobotte dei Vigili del Fuoco.
Con la primavera del 1943 fu tale
il dominio dell’aria da rendere superflua la precauzione degli anglo-anericani
di presentarsi con il buio. Peraltro i pochi cannoni disponibili si rivelarono
inutili contro aerei che volavano a 8-10 mila metri di quota.
Nella classifica dei
bombardamenti il primo posto spetta a Catania con 87 incursioni, seguita da
Palermo con 69, Messina 58, Augusta 43, Trapani 41, Siracusa 36, Ragusa 27,
Porto Empedocle 21, Licata 19, Agrigento 17, Marsala 16, Castelvetrano 13,
Pozzallo, Comiso e Gela 12, Sciacca 10, Caltanissetta 6, Acireale 5, Avola,
Gerbini, Ispica, Lentini e Magnisi 3. Le bombe, seppur per una volta, non
risparmiarono Biancavilla, Pachino, Scicli, Noto, Cassibile, Milo.
Complessivamente fu Messina la città più bersagliata per la sua posizione
strategica. Infatti nei primi sei mesi del 1943 ricevette 2056 tonnellate di
bombe.
I bombardamenti più
sconvolgenti li subì Palermo il 18 aprile e il 9 maggio 1943. Nel primo le
bombe centrarono il rifugio di piazza Sett’Angeli vicino la cattedrale. Le
macerie seppellirono centinaia di donne, bambini ed anziani. Nel secondo, due
distinte ondate di 59 Liberator provocarono più di tre mila morti. Il numero
esatto, tuttavia, rimase ignoto dato che molti corpi non furono mai recuperati.
L’8 luglio 1943 fu colpita Catania. I morti furono centinaia.
Alle truppe di
terra si aggiungono le Piazze Militari della Marina, legioni e coorti costiere
autonome, i treni armati di Siracusa, Catania, Licata e Porto Empedocle nonché
il Comando dell'Aeronautica della Sicilia (gen.
di Div. aerea Adriano Monti) e la Difesa contraerea
territoriale
L’Aeronautica
Militare disponeva di 200 velivoli e poteva garantire solo una debole copertura
aerea rispetto alla smisurata forza aerea nemica di oltre 420
cacciaparcheggiati a Malta da dove le
squadriglie decollavano 24 ore su 24 ore in appoggio agli squadroni di
bombardieri che arrivavano dall’Africa con l’ordine di spianare l’isola e pur
tuttavia, nonostante le giornate di vero inferno nel cielo di Sicilia, i caccia
italiani e tedeschi non mancarono di coprirsi di gloria. Il 4 luglio gli aerei
italiani effettuarono ben 212 missioni, abbattendo 22 aerei nemici e perdendone
due propri. Alla vigilia dello sbarco i caccia italiani avevano abbattuto 53
aerei alleati, mentre altri 93 erano stati intercettati e abbattuti dai caccia
tedeschi.
Il nocciolo duro delle Forze dell’Asse era
costituito dalle due divisioni germaniche con complessivi
40.000 uomini al comando del feldmaresciallo Albert Kesserling distribuiti
tra la 15a divisione panzergrenadier: Abteilungskommandeur Oberstleutnant: Eberhard Roth (dislocata
nella Sicilia Occidentale), la divisione corazzata Hermann Goering: gen. Paul Conrath (dislocata ad oriente della
Sicilia) e la 29a divisione panzergrenadier. La forza aera tedesca era
costituita da 320 aerei. Ma tra queste divisioni e il comando italiano c’era un quasi totale
scollamento
Le foze navali
che gli Alleati si sarebbero potuti trovare di fronte erano ancora temibili.
Infatti la R. Marina italiana aveva a disposizione 6 corazzate, di cui 3
modernissime, 7 incrociatori, 48 sommergibili e 75 tra cacciatorpediniere,
motosiluranti ed unità di scorta. Non aveva però portaerei e le navi non
disponevano di radar. Ma questo potenziale offensivo era però reso poco
pericoloso non solo dalle discutibili scelte fatte dallo Stato Maggiore della
Regia Marina. Non è vero che mancasse il carburante. La disponibilità di nafta
alla vigilia dello sbarco in Sicilia ammontava a 58 mila tonnellate, sufficienti
per un mese di navigazione. A difettare era la voglia di combattere, come
accadeva dall’11 giugno 1940, dato che i vertici della Marina si rifiutavano di
andare in battaglia. Eccesso di prudenza, eccesso di lungimiranza, o, molto più
banalmente, rispetto di intese con il nemico tanto ferree quanto
inconfessabili? Basti pensare come l’aviazione alleata tra il 1 giugno e il 9
luglio 1943 rase al suolo città e postazioni militari, ma non sgangiò neppure
per sbaglio una bomba contro i porti di La Spezia, Genova e Taranto dove le
navi italiane dondolavano in bella evidenza. In Sicilia, per questo motivo, a
difendere le coste erano presenti solo
piccole unità per il pattugliamento costiero e qualche sommergibile, assai
temuto dagli Alleati.
A cura di Calogero Carità
FORZE ALLEATE
Gli alleati misero in campo il XV gruppo d’armate il cui comando venne
affidato al generale britannico Harold Alexander, mentre il comando
delle Forze Alleate nel Mediterraneo venne affidato al generale americano Dwight
David Eisenhower. Il XV gruppo d’armate comprendeva la 7a Armata
americana e l’8a Armata britannica, un’enorme e potente macchina bellica che
poteva contare per l’assalto alle coste siciliane su 181 mila uomini ben armati
e ben addestrati ( di cui 115 mila anglo-canadesi e 66 mila americani), che
entro pochi giorni diventeranno ben 490 mila, su 2.590 navi, 2.519 aerei, 1.800
cannoni, 600 modernissimi carri armati e 14 mila veicoli e soprattutto su
rifornimenti illimitati di munizioni, viveri e sussistenza. Il 15% delle forze
della 7a Armata era costituito da oriundi siciliani.
La 7a Armata (West Task Force), affidata al comando del gen.
Gerge Smith Jr. Patton, aveva come zona di competenza da Licata a Scoglitti
per circa 80 km di costa e si articolava nei seguenti reparti d’armata: 2a Divisione
corazzata (gen. Hugh Gaffey), l’82a Divisione Aviotrasportata (gen.
Matthew Ridgway), la 9a Divisione Fanteria (gen. Eddy Manton), il 4°
Tabor Goums (battaglione marocchino). Al II Corpo d’Armata, agli ordini del gen.
Omar Bradley, che Alexander considerava il migliore comandante americano
sul campo, un tattico eccellente ed equilibrato, l’antitesi di Patton,
afferivano la Force Cent con la 45a
Divisione di Fanteria (gen. Troy Middleton) (1), detta “Thunderbird” (Uccello di tuono) dal
totem indiano riprodotto nelle mostrine che con il 753° battaglione corazzato
aveva assegnata la zona di sbarco di Scoglitti e da lì procedere verso
Caltagirone e Centuripe. La 45a era una formazione della Guardia Nazionale con
i reggimenti di fanteria incentrati originariamente in Oklahoma, Colorado,
Arizona e non aveva ancora ricevuto il
battesimo del fuoco. Era stata addestrata ed equipaggiata negli U.S.A. presso
la base di Fort Devens. La Force Dime
con la 1a Divisione di Fanteria (gen. Terry Allen), detta “The Big Red One” (Grande Uno Rosso) che,
con il 1° e il 4° battaglione Ranger, aveva assegnata la zona di sbarco di Gela
e da lì procedere verso Caltanissetta. La 1a divisione di fanteria era
costituita da veterani e ci teneva a continuare l’orgogliosa tradizione risalente
alla Grande Guerra. Era sbarcata in Africa settentrionale ed aveva combattuto
per tutta la durata della campagna africana. Infine la Force Joss che con la 3a
Divisione di Fanteria “Marne” e il 3°
battaglione Ranger (gen. Lucian Jr.Truscott) aveva assegnata la
zona di sbarco di Licata e da lì procedere verso Agrigento, Sciacca e Palermo.
La 2a Divisione corazzata e un reggimento di fanteria, restavano
provvisoriamente imbarcati, per essere utilizzati come riserva tattica da
impiegare nei punti più critici. Entrambi questi reparti sbarcheranno
successivamente sulle spiagge di Licata.
La flotta dell’ammiraglio Henry Kent Hewit, dotata di 580 navi e 1.124
mezzi da sbarco aveva il compito di trasportare le ruppe e proteggere lo sbarco
della 7a Armata del generale Patton sul litorale ovest, tra Punta Braccetto e
Torre di Gaffe.
L’8a Armata (Est Task Force), al comando del gen. Bernard Lau Montgmery aveva come zona di competenza dal golfo di Noto a Punta Castelluzzo (ad ovest di Capo Passero), per oltre 50 km di estensione.
Reparti d’Armata: 1a Divisione Aviotrasportata (gen. George Frederik
Hopkinson) con obiettivo Siracusa, la 46a Divisione di fanteria, la 78°
Divisione di Fanteria (gen. Vivian Evelegh) con obiettivo Siracusa.
XIII Corpo d’Armata (gen. Miles Dempsey), costituito dalla 5a
Divisione di Fanteria (gen. Berney Ficklin) con l’ordine di procedere
verso Cassibile, la 50a Divisione di Fanteria (gen. Sidney Kirkman) con
obiettivo Avola, la 4a Brigata corazzata (gen. John Currie), 3°
battaglione commandos e lo Special Raiding Squadron.
XXX Corpo d’Armata (gen. Oliver Leese) formato dalla 1a Divisione
di Fanteria canadese (gen. Guy Simonds) con obiettivi Capo Passero e
Punta Braccetto, la 51a Divisione di Fanteria “Higlanders” (gen. Douglas Wimberley) con direzione Pachino,
231a Brigata autonoma “Malta” (gen. Robert
Urquhart) con direzione verso zone a nord di Pachino, 23a Brigata Corazzata
(gen. G. W. Richards), e il 40° e il 41° battaglione commandos Royal
Marines.
818 navi da guerra e da sbarco inglesi, comandate dall’ammiraglio Sir
Bertram Home Ramsey, avevano il compito di trasportare l’intera 8a Armata
su un fronte di 78 chilometri diviso in cinque spiagge che andavano da Capo
Ognina a Punta Castelluzzo e di proteggere l’azione dei commandos a sud di
Siracusa, nella penisola della Maddalena, dove il gruppo del col. Slater e due
gruppi S.A.S. (Spiecial Air Service) dovevano appoggiare l’azione dei
paracadutisti.
La Marina alleata, agli ordini dell’ammiraglio Lord Andrew Cunningham,
disponeva
di 2.590 navi di ogni grandezza 1.614 britanniche, 945 americane, 10 olandesi,
9 polacche, 7 greche, 4 norvegesi ed 1 belga), di cui 280 navi da guerra: 6
corazzate, 2 portaerei, 3 monitori, 15 incrociatori, 128 cacciatorpediniere ( 6
greci e 3 polacchi), 26 sottomarini (1 olandese e 1 polacco), 211 cargo e navi
da trasporto, 1.800 mezzi da sbarco (2).
L’aviazione, infine, poteva contare su 5.000 aerei, di cui 822 da
trasporto C47 Dakota, Halifax e
Albernarle, 900 alianti Waco e
Horsa, i bombardieri pesanti B17 Vickers Weellington, B24, B25 e B26, i caccia bombardieri Bristol Beaufighter, P38 Lightning, Curtiss P40 e i caccia Spitfire
operativi dalle piste tunisine ricavate nel deserto tra Kairouan e Susa.
Gli ufficiali invasori erano dotati di ottime carte topografiche ad ampia
scala. Erano quelle prodotto dall’Istituto Geografico Militare che gli Alleati
non ebbero difficoltà a reperire e quindi a ristampare con inchiostri colorati
che le rendevano più leggibili e più ricche di indicazioni sulle
caratteristiche della linea di costa. Grazie a ciò chi sbarcava sapeva già che
tipo di litorale avrebbe trovato,se ci fossero bunker in prossimità del mare e
quali strade avrebbe trovato per proseguire verso nord. Informazioni che
provenivano dalle numerose spie inglesi che operavano in Sicilia e dal
meticoloso lavoro di impavidi incursori, sbarcati nottetempo dai sommergibili
per eseguire i necessari rilievi.
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(1)
Il gen. Middleton era stato preside
dell’Università della Lousiana. La 45a divisione di fanteria era costituita con
reparti della Guardia Nazionale dell’Oklahoma. Gli uomini che comprendeva erano
gente dura, ma ancora inesperta alla guerra: cow boys e pellerossa dei
territori più selvaggi degli Usa .
(2)
Cfr. E. Costanzo, Sicilia 1943 –Breve storia dello sbarco alleato, Catania 2003, p.
41.
FORTIFICAZIONI A LICATA
di Carmela Zangara
Lungo la costa di Licata le forze dell’Asse erano costituite da 8 battaglioni in prima linea e
il 139° reggimento costiero,
il 538° battaglione - di cui faceva parte il treno armato ( 4 pezzi 76/40) -
il 419° e il 390° battaglioni con il CCXXXII gruppo (batteria 1 e 2 100/22) e il CXLV( batteria 152 105/27, batteria 198 105/27, batteria 79 75/34);
Un totale di 11 battaglioni dell’Asse, contro 27 degli avversari, disseminati lungo la costa, nei fortini a valle e sul crinale delle colline adiacenti al mare
treno armato sulla banchina del porto (538° battaglione)
La difesa costiera - affidata alla 207 Divisione del generale Ottorino Schreiber- si estendeva da Licata (Punta Due Rocche) sino a Sciacca. Della Divisione facevano parte il 138° e 139° reggimento fanteria mobile Assietta con il 177 bersaglieri ed il 12 Raggruppamento artiglieria. Alla Piazza di Licata apparteneva però soltanto il 139° reggimento comandato dal tenente colonnello Antonino Galfo, la cui sede di Comando era presso il caseggiato della masseria Urso in contrada Calandrino.
Sia il 138° che il 139° facevano parte del 29° Reggimento fanteria Pisa che durante la seconda guerra mondiale a seguito della riorganizzazione delle divisioni italiane venne inquadrato nella 26 divisione Assietta.
FORTIFICAZIONI
La linea di fortificazione creata durante la seconda guerra mondiale lungo il litorale agrigentino che lambisce il Mediterraneo là dove sbarcò la VII Armata Usa, è formata da decine e decine di postazioni, i bunker in cemento armato, realizzati tra il 1940 ed il 1943 con un faraonico progetto che aveva il preciso intento di difendere la "Fortezza Europa"da invasione nemica alleata.
Tali fortini spiccano ancora oggi sui crinali dei poggi e delle alture che costeggiano il mare quasi a continuare come numi tutelari a vigilare la distesa marina sull'avvistamneto di navi militari come quando la notte tra il 9 ed il 10 luglio del 1943 agli attoniti militari della 207 Divisione costiera apparve all'improvviso l' immensa flotta americana del gen Cunningham con le sue 1200 imbarcazioni, due portaerei, centinaia di scialuppe LCT ed LCV , 4000 bocche da fuoco, pronti a procedere al più grande assalto anfibio che la storia della seconda guerra mondiale ricordi, maggiore persino a quello fatto poi in Normandia nel giugno del 1944
Nei 21 km di costa licatese da Punta Due Rocche a Torre di Gaffe nei buker e nei fortini erano appostati militari dei reparti costieri del CV battaglione mitraglieri di posizione facente capo -in tutto il settore -da Punta Due Rocche a Sciacca- alla 207 Divisione,
505° , 516° e 520° Compagnia
Contrada Conca Ginisi
bunker sul poggiolo lungo la statale 115 Licata Torre di Gaffe che precede il rettilineo alla cui sommità sta la casa cantoniera. FORTIFICAZIONI AD EST DI liCATA
Bunker inglobato all'interno di una villetta zona due Rocche.La preservazione del patrimonio storico della seconda guerra mondiale è uno degli obiettivi prioritari dell'Associazione Memento.
Reperti storici sul tratto di costa tra Torre di Gaffe e Palma di Montechiaro
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