lunedì 23 febbraio 2026
martedì 9 maggio 2023
BOMBARDAMENTI A LICATA
Il bombardamento del 7 gennaio delle ore 14,00 - che aveva come bersaglio la fabbrica della Montecatini- non si limitò a colpire la zona industriale come denunciato dal bollettino ufficiale, ma anche la zona della stazione del Pisciotto danneggiando la conduttura dell’acqua. Lo si evince da una successiva comunicazione della Prefettura.
All’epoca il Commissario prefettizio di Licata era
Attanasio, la cui firma è apposta su
quasi tutti i telegrammi , inviati per
conoscenza alla Regia Prefettura ed al Questore.
7 gennaio “ Ore
quattordici e minuti zero cinque aerei nemici hanno sganciato bombe dirompenti
sopra fabbrica Montecatini. Nessuna vittima et non rilevanti danni materiali.”
Dello stesso giorno è un altro telegramma: “ Odierno bombardamento aereo nemico avere
danneggiato conduttura acqua Pisciotto entro recinto questa stazione
ferroviaria” in A.S.L. Carpetta N° 437 fascicolo I classe VIII
Il prefetto di Agrigento,
dott. Caboni, appare
particolarmente preoccupato per particolari ordigni, apparentemente inoffensivi,
a forma di matita tascabile che venivano raccolti dagli ignari bambini ed
esplodevano nelle loro mani. La nota del 14 gennaio del 43 avverte: “Viene
segnalato che tra i vari ordigni esplosivi che il nemico lascia cadere sul
nostro territorio ve ne sono anche taluni a forma e peso di una matita
tascabile di metallo. Pregasi di portare quanto sopra a conoscenza della
popolazione senza però darvi particolare rilievo”
La stessa questione viene
segnalata al Podestà dal Prefetto di Agrigento con la nota “ ordigni esplosivi in forma di oggetti
inoffensivi vengono lanciati dal nemico da
aeroplani.”
Già da tempo il problema degli
ordigni bellici era all’attenzione degli organi competenti. Del 19 giugno del 42 è la segnalazione della Prefettura
di Agrigento di ordigni a forma di cioccolatino rinvenuti nelle
campagne; e del 17 agosto sempre del 42 la segnalazione che l’aviazione britannica e russa aveva fatto
uso di tavolette incendiarie, bombe al magnesio, fosforo,e sodio puro; queste
ultime per infiammare la nafta
nell’acqua.
Ormai Licata è sottoposta insistentemente al fuoco nemico.
Il 21 gennaio il Regio Ufficio P.S. di Licata segnala al
Prefetto ed al Questore: “ Ore 14 Aerei nemici hanno mitragliato, spezzonato et
bombardato località Fontanelle et Montecatini Punto Lamentonsi 5 feriti
leggieri et danni lieve entità” firmato Ufficiale pubblica Sicurezza Attanasio
spedito ore 16,01 A.S.L. 437 fascicolo I
Classe VIII
Il 22 gennaio: “ Stamani
ore 7 aerei nemici hanno bombardato località Safarella ponte sul Salso
raffineria Zolfi Unione Siciliana fabbrica Montecatini et località Ginisi ove
hanno mitragliato treno merci Punto
Nessuna vittima né danni rilevante importanza. ” Firmato Attanasio.
idem
23 gennaio “ Stamani
ore nove e minuti trentacinque aerei nemici hanno sganciato bombe periferia
questa città senza causare né danni né vittime punto Risulta mitragliata auto
tedesca et feriti tre militari di cui uno grave” firmato Attanasio”
idem
Nessun bollettino ufficiale riporta notizia di queste tre
incursioni aeree. Il 25 gennaio, il Bollettino N° 974 riporta la dicitura generica : "incursione sulla città" (F.
Giorgio)
Qualche giorno di tregua, poi il 28 dello stesso mese la
città è ancora sotto il fuoco dei
bombardamenti: “Stamani ore sei e minuti
trenta aerei nemici hanno sganciato bombe località Poggio Cuti. Né vittime né
danni Podestà Curella”
6 febbraio: “Ore nove e minuti dieci località Poggio di Guardia aerei nemici mitragliavano bassa quota treno viaggiatori Licata Gela ferendo gravemente fuochista treno et leggermente macchinista altro ferroviere et due viaggiatori.” Firmato Podestà Curella.'
Anche queste due incursioni passano sotto silenzio, non
ve n' è traccia nel testo di F. Giorgio, l'unico che abbia tabulato
capillarmente i fatti.
Giorno 7 febbraio : “Stamani
ore otto e minuti trenta aerei nemici hanno mitragliato località Pozzillo treno
passeggeri Licata Canicattì et lanciato spezzoni dirompenti non esplosi Punto
Stessi aerei sganciavano località Torre di Gaffe altri spezzoni caduti in mare
et mitragliavano nessun danno né vittime.” firmato Podestà Curella.
Bollettino N° 988 del giorno 8 febbraio idem 437
Il 23 febbraio
arriva l’ordine di mobilitazione civile dei cittadini “Reclutamento e addestramento anche degli uomini dai 56 ai 70 anni
obbligati al servizio del lavoro. …Gi uffici anagrafici devono fornire elenchi
degli uomini compresi in tale fascia di età.” Firmato Prefetto Caboni.
Il 25 Aprile, domenica di Pasqua ancora un bombardamento: “ Stamani ore 11 et minuti cinquanta apparecchio americano sorvolava improvvisamente senza allarme questo abitato sganciando due serbatoi di cui uno con benzina che incendiava diverse abitazioni in Via Solferino angolo Via Addis Abeba Punto Incendio prontamente domato lamentasi un morto et sei feriti di cui due gravi.” Podestà Curella (Bollettino N° 1066 del 26 aprile) A.S.L. 437
Di tale bombardamento abbiamo la testimonianza
del signor Vicari che fu ferito mentre bombardavano il ponte
“All’epoca avevo 15 anni e ricordo che il giorno di Pasqua a mezzogiorno
in punto, passò uno stormo di aerei che bombardò il ponte…. La vidi precipitare
giù e priam che suonasse l’allarme mi ero disteso per terra sotto il vicino
ponticello. Un frammento di scheggia mi raggiunse conficcandosi nella gamba
destra. “
"In Corso Serrovira, vicino allo stabilimento Verderame, una casa fu
colpita da bomba. Vi abitava una sarta che aveva una bimba appena nata, la
quale rimase miracolosamente illesa
nella sua culla, posta in un angolo, tra
un brandello di muro e l'altro, e lo
stesso pavimento sbriciolato in più punti. "
I morti del bombardamento del
25 aprile furono sicuramente tre,
elemento dedotto da una denuncia per danni di guerra del 1° agosto 43, -
regolarmente vistata dal Maggiore Toscani - in cui il signor Incorvaia Antonino lamenta la parziale demolizione della sua
casa di Via Collegio N°13 e la morte
della madre, del padre e di una sorella.
Ma vi è anche l'ulteriore
telegramma del Podestà: "Seguito
telegramma 25 aprile scorso comunico che numero decessi causati incursione
apparecchio americano est salito a quattro et feriti sei."
Il 9 maggio, domenica ancora un’ incursione aerea. (Bollettino N° 1080) E' preso di mira il quartiere Oltreponte aprendo una voragine nella zona. Viene danneggiata la casa di Burgio Calogero. Anche di questo bombardamento abbiamo la testimonianza di Vicari che parla di almeno cento aerei. Due i morti accertati: Florio Agata morta l'11 maggio all'ospedale della C.R,I. e Lombardo Angelo
Il 25 maggio un’altra
incursione aerea danneggia le case di
Via Lunga N° 28 e cortile Quarto N°5 di proprietà di Russo Mariangela. Inoltre
le case di Giglio Francesco, Pisano Giuseppe e Randazzo Arturo che chiedono al
Podestà alloggio in qualità di sfollati.
Di questo bombardamento - che
non viene citato in alcun bollettino- i danni sono rilevanti. Se ne trova
traccia nella deliberazione N°
Fin dal 14 aprile erano state assegnate maschere antigas
a tutti gli stabilimenti che da un elenco di archivio così rislutano: Società anonima Montecatini, Società anonima
Forza e Luce, Molini e Pastifici: Hercules di Pontillo che aveva
alle dipendenze 10 operai; “M.Pompei” dei Fratelli Armenio con tre dipendenti,
S. Giuseppe con 24 dipendenti, Manuguerra Pietro con due dipendenti tra cui una
donna, Malifitano G. Battista con tre dipendenti, Bona e Taliento con quattro
dipendenti, Pintacorona Giovanni e Caffarello Angelo con tre dipendenti, De
Caro e Cacciato, Manuguerra e Farruggio; inoltre ai cementifici: Sapio G e fratelli Cambiano; ai laterizi di
Schembri Baldassare, alla fabbrica di ghiaccio di Bonsignore, al Cinema Teatro
Re; infine alle ditte: Banca S: Angelo, Banco di Sicilia, Cassa di Risparmio,
Banca agricola commerciale, esattoria comunale, consorzio, ufficio imposte
dirette, compagnia porto, ufficio registro, dogana, stazione centrale, stazione
porto, ufficio postale, ufficio postale porto, Pretura, Ginnasio, Avviamento,
Liceo classico comunale, scuola elementare, Fascio combattimento.
E’ del 27 giugno il telegramma del Prefetto Caboni che denuncia il lancio da parte di aerei nemici di “ numerosi manifestini di propaganda che sono stati raccolti dalla popolazione.” Con l’ordine di distruggerli.
A questo punto la gente sa chiaramente cosa succederà
anche se non sa quando. “ Ricordo che
giorni prima erano passati diversi stormi di aerei che avevano lanciato dei
volantini dove era scritto che dovevamo allontanarci dal mare, dalla linea
ferrata e dalla strada.” Gatì
Anche il Prof. Quignones asserisce: “Ricordo bene che una o due settimane prima dello sbarco erano comparsi
tanti volantini, verosimilmente lanciati da aerei; erano di colore bianco e
avevano le dimensioni di un foglietto, poco più grande di un foglio di
quaderno. Avvisavano perentoriamente la
popolazione civile di allontanarsi dagli obiettivi militari e dalla ferrovia.”
Così pure Vizzi Salvatore : “Qualche giorno prima dello sbarco era passato uno stormo- non faccio
esagerazione - ma dovevano essere almeno cinquecento aerei. All’altezza del paese si abbassarono e
lanciarono dei volantini. Vi era scritto che dovevamo allontanarci dagli
obiettivi militari e che dovevamo stare tranquilli ché alla popolazione non
sarebbe successo nulla.”
Il 20 e il 28 giugno Licata è sottoposta ancora a nuove incursioni aeree. Anche di questo bombardamento non c'è traccia in alcun bollettino di guerra ma numerose sono le testimonianze in proposito
“IL treno era affollatissimo. Mio padre stava davanti ad un finestrino.
Appana partito il treno dalla stazione, gli si avvicinò una ragazza e gli chiese se poteva cederle il posto perché
sentiva il bisogno di prendere aria. Il treno fu bombardato. Un frammento di
bomba colpì in pieno la ragazza che morì
sul colpo…..mio padre rimase illeso” La ragazza si chiamava D’Ippolito
Angela"
Ed abbiamo trovato un
riferimento deliberativo nell'atto N° 384 per il pagamento di L
il 5 luglio, giorno della partenza della flotta americana dalle coste del Nord Africa, furono quattroi bombardamenti. La prima incursione dalle tre alle quattro circa; la seconda, dalle 9,50 alle 10,15; la terza dalle 12,45 alle 13,00 e l'ultima dalle 13,15 alle 13,30. Il 6 Licata subì un bambardamento durato dalle 9,30 alle 9,45; infine l'otto ci furono tre incursioni, rispettivamente alle 7,45, alle 11,50 e alle 12,00.
E’ a questo punto che l’8 luglio vengono fatte brillare le mine per distruggere parzialmente il porto, così che quando sul Mediterraneo si affacciò la potente flotta di Cunningham, il porto era non soltanto minato ma anche danneggiato, cosa che si ripetè lo stesso giorno dello sbarco quando le truppe in ritirata fecero saltare gli ormeggi, mentre in attesa sulla banchina, il treno armato venne colpito dall’artiglieria navale, precisamente dal caccia Bristol, che faceva la spola nel Mediterraneo.
giovedì 9 febbraio 2023
PASQUALE
VECCHIO, PESCATORE, BAGNINO, MA CONOSCIUTO ANCHE COME “IL LOTTATORE”
I più
giovani non si ricorderanno, ma quelli della mia età hanno ben conosciuto
Pasquale Vecchio, classe 1912, pescatore di mestiere e bagnino in estate dal
fisico atletico e dalla muscolatura possente con 56 cm. di bicipide. Carnagione
oscura, come i capelli e gli occhi, con i baffi alla Clark Gable. Con il vigile
urbano Barone dominava la spiaggia Giummarella. Barone si imponeva
sull’arenile, severo castigatore di chi giocava al pallone disturbando la
quiete dei bagnanti, Pasquale Vecchio dominava sulla sua barca vigilando
attentamente che nessuno andasse oltre le bandierine rosse. Di entrambi, noi
giovani nati poco prima o poco dopo lo sbarco degli americani avevano un sacro
timore e un gran rispetto.
Don Pasquale
era conosciuto anche come il “lottatore”. Perché? Da suo figlio Angelo ho
appreso che aveva il pugilato nel sangue ed era stato un grande ammiratore di
Primo Carnera soprattutto da quando quel gigante italiano nel 1933 battè Jack
Sharkey, vincendo il titolo mondiale dei pesi massimi. Provò una grande
delusione quando il suo idolo quattro anni dopo, sotto i colpi di Max Baer,
perdette la corona mondiale. Pasquale Vecchio rivelò pubblicamente la sua forza
–mi ha raccontato Angelo- una sera al circo equestre. Quando il mare era in
burrasca e impediva ai pescatori di uscire con le barche, don Pasquale non
stava con le mani in mano e quella sera al circo decise di affrontare, pur di
guadagnare qualcosa dopo una settimana di fermo pesca, il campione dalla “forza
sovrumana” che il direttore del circo aveva presentato sollecitando i presenti
ad affrontare quel gigante. Lo affrontò Pasquale Vecchio e quell’Ercole che
faceva sfoggio dei suoi muscoli dopo due minuti fu atterrato, con grande gioia
di don Pasquale che potè così intascare il premio.
Sotto le armi,
nel gruppo sportivo della R. Marina affinò la tecnica di combattimento sul ring
e il caso volle che il 10 luglio 1943, quando gli americani sbarcarono sulle
nostre spiagge si trovò a Licata. Qualche giorno dopo lo sbarco, la vita nella
nostra città viene scandita dal fruscio dei dollari e c’era chi si inventava un
mestiere per guadagnare qualcosa cercando di vendere qualsiasi cosa agli
americani. Anche Pasquale Vecchio cercò d mettersi negli affari ma non
utilizzando il suo mestiere di pescatore, ma sfruttando la passione dei nipoti
dello zio Sam per la boxe. Infatti, tra i fanti americani della 7° armata di
Truscott c’erano moli pugili e alcuni anche professionisti che nelle ore libere
dagli impegni militari davano spettacolo sul ring. Così don Pasquale, aiutato
da un amico che gli faceva da interprete, decise di organizzare, girando per i
vari campi militari, un programma di match sfidando i Rangers. Si trattò di
combattimenti senza freni, senza problemi di peso, cioè a dire che lui da peso
medio qual’era, poteva affrontare, come accadde, anche i pesi massimi. E
pretese che i match si disputassero senza guantoni, a mani nude. Pasquale
Vecchio, affamato com’era non badava neppure alla sua vita. Così al centro del
ring, formato da un semplice quadrato umano finivano i rotoli di dollari delle
scommesse che il suo amico interprete raccoglieva e infilava in tasca. Fu
davvero un business vincente. Gli incontri si tennero anche in trasferta in
tutta la provincia di Agrigento e sotto i suoi colpi caddero uomini anche di
oltre cento chili. Pasquale la sera tornava a casa, certo con qualche
ammaccatura, ma pieno di dollari. La voce presto si sparse per Licata che
riconobbe in Pasquale Vecchio il suo campione. In paese diventò così una specie
di mito e per questo tutti presero a chiamarlo il “lottatore”.
Ma nel
gennaio del 1944 gli americani lasciarono la Sicilia e il business dei match di
pugilato ebbe fine e Pasquale Vecchio dovette ritornare alla vita di tutti i
giorni, molto magra allora per le classi povere della nostra città. La pesca
ritornò ad essere il suo mondo e quando d’estate lasciava la sua casa di
Mangicasale per raggiungere alla marina la sua barca, metteva orgoglioso in
evidenza la muscolatura del suo corpo di lottatore annerito dal sole. Di don
Pasquale, uomo da tutti rispettato ed apprezzato, resta in noi un grande
ricordo.
Calogero Carità
martedì 17 gennaio 2023
di Carmela Zangara
In occasione
dell’ottantesimo anniversario dello sbarco alleato in Sicilia, iniziamo un
nuovo percorso volto a ricordare le tappe fondamentali che portarono
all’attuazione di quello che fu il momento storico decisivo per la seconda
guerra mondiale quando gli italiani, -voltando pagina e iniziando proprio da
Licata – trasformarono il conflitto da guerra agli alleati in guerra ai
tedeschi, passaggio non indolore senza il quale però oggi non avremmo né la
democrazia né la libertà.
La prima pietra dello sbarco alleato fu posta a Casablanca (Marocco) durante la Conferenza svoltasi dal 14 al 24
gennaio del 1943 nella città dove
si riunirono i Capi di stato maggiore americani ed inglesi, con l’accordo
preventivo di Russia e Cina, per stabilire le modalità di prosecuzione della II
guerra mondiale, dopo la vittoria alleata in Africa e la sconfitta dell’Asse. Gli
ultimi mesi del 1942 erano stati determinanti ai fini della guerra quando l'Afrika Korps di Rommel, dopo essere arrivata alle porte dell'Egitto aveva subito la disfatta irreversibile di El Alamein con la ritirata delle forze italo-tedesche lungo il deserto della Cirenaica sino alle porte della Tunisia, disfatta che, sancendo l’imminente fine della guerra, evidenziò la conseguente necessità di creare altri fronti bellici sia nel Pacifico
che nel Mediterraneo.
In assoluta
segretezza perciò, Frank Delano Roosevelt, Winston Churchill, il generale
francese Henri Giraud, raggiunti successivamente dai generali inglese, Harold Alexander
e statunitense Dwight Eisenhower oltre al generale De Gaulle, a Casablanca svolsero il lavoro preparatorio per la formulazione di un Piano di invasione giungendo alla determinazione -non senza aspri
contrasti -per quel che
riguarda il fronte del Mediterraneo- di aprire il dossier Husky, nome in codice
dello sbarco in Sicilia. Tale dossier- la cui firma avvenne il 18 gennaio all'albergo Sain Giorge di Algeri nella stanza 141, stabiliva di attaccare l’Asse non partendo dalla Francia ma dall' Italia e dalla Sicilia, scelta per la
sua vicinanza alla Tunisia. Era prevalsa insomma la tesi di indebilire l'Asse sconfiggendo prima Mussolini e soltando dopo attaccando Hitler sul fronte francese.
In quella sede furono enunciati anche i principi fondanti della guerra, comunicati alla stampa, sino ad allora tenuta all’oscuro, soltanto il 12 Febbraio durante la Conferenza per la Dichiarazione Ufficiale conclusiva.
Tali principi ispirandosi ai valori democratici si rfacevano:
1) al principio fondamentale su cui poggiano tutte le democrazie, nate dalle conquiste delle Rivoluzioni americane e francesi, per cui la guerra deve avere lo scopo prioritario di fare in modo che l’autorità di governo spetta ai cittadini e solo ad essi;
2) alla Carta Atlantica per la quale le popolazioni conquistate devono diventare padroni del loro destino essendo le Nazioni unite concordi nel ridare ai popoli conquistati i loro sacri diritti.
L’obiettivo finale degli Alleati era la resa incondizionata di Tedeschi, Italiani e Giapponesi, resa che pur essendo intransigente non riguardava i popoli delle Nazioni dell’Asse
ai quali non sarebbe stato fatto alcun male ma soltanto ai loro colpevoli e barbari capi.
Nel ricordare questo evento vogliamo ribadire che i principi democratici formulati a Casablanca -sovranità popolare e auto determinazione dei popoli- purtroppo non sono valori acquisiti una volta per tutte. Lo dimostra la guerra in Ucraina che combatte
per difendere tali valori inalienabili, insidiati da intenti egemonici ed
espansivi da parte della Russia. Insomma la pace, una volta conquistata, va
custodita e per farlo bisogna ricordare, tramandare, conoscere per comprendere e
agire di conseguenza.
domenica 24 aprile 2022
Il 25 aprile 1945, giorno della
liberazione dell’Italia dal nazifascismo da parte delle forze alleate, rappresenta il momento fondante
della nostra repubblica democratica, sancita del 2 giugno del 1946 con il
referendum popolare a suffragio universale maschile e per la prima volta anche
femminile.
Giorno da ricordare, il 25 aprile, innanzitutto commemorando
i Caduti, tutti quei giovani combattenti nei venti mesi di lotta di
liberazione che non tornarono a casa e furono pianti da madri, mogli, figli,
fratelli con le stesse lacrime ancorché di colore politico diverso. Tutti lasciarono
sul campo di battaglia la loro giovane esistenza dalle cui indistinte ceneri
nacquero poi i papaveri rossi della toccante canzone di Fabrizio De André: La guerra di Piero.
Onoriamoli
tutti
Non per questo tuttavia intendiamo stravolgere
la storia, negando i fatti così come la storiografia vuole, né vogliamo togliere merito ai Caduti delle
formazioni partigiane, quelli coi fazzoletti rossi e verdi, i quali schierandosi
dalla parte giusta si opposero al totalitarismo, che delegava allo Stato etico il
diritto di decidere cosa ciascuno dovesse pensare, fare, dire, professare,
scegliere. No. Quello era il pensiero unico, dittatoriale che noi avversiamo ancor
più in questi ultimi mesi tormentati da nuove barbarie che ci avvertono quanto
precaria possa essere la libertà di un popolo e quanto difficile preservarla.
Ecco perché
oggi più che mai siamo profondamente riconoscenti
e consapevoli di avere un grande debito
nei confronti dei martiri della libertà, che ci hanno donato con il loro
sacrificio il pluralismo ideologico, la libertà politica, civile, religiosa
insieme alla possibilità di vivere in uno Stato democratico.
Siamo consapevoli. Perciò,
proprio per questo sarebbe riduttivo fermarci al ricordo riconoscente e
ancor più inutile commemorarli se non facessimo il punto sul significato che noi
diamo alla democrazia. Siamo certi che la nostra sia proprio una democrazia
matura che non confonde democrazia con demagogia, libertà individuale con libertà
collettiva, il bene del singolo con quello della comunità? O stiamo regredendo
verso un individualismo esasperato, sordo al rispetto del bene comune? Siamo
consapevoli che ogni qualvolta i due livelli si confondono, nasce il rischio di
perdere sia la libertà che la democrazia?
Ecco perché non possiamo oggi onorare
i Caduti per la libertà senza una riflessione profonda da cui scaturisca un
nuovo impegno civile,
che ci veda coinvolti in prima persona quali custodi della libertà, garanti
della democrazia, disposti a cedere un poco dei nostri diritti individuali in
nome dei doveri collettivi, parlando il linguaggio del dovere e non soltanto quello
dei diritti, facendoci portatori di pace non untori di odio e divisioni.
Oggi più che mai sarebbe auspicabile
che camminassimo sul solco di questi eroi impegnandoci a conservare e tramandare
la libertà ai nostri
figli e nipoti, salvaguardandola, custodendola, non a parole vuote ma con
l’impegno quotidiano di cittadini che sanno stare dentro il rispetto della cosa
pubblica, della natura, delle regole comuni, sapendo bene che, se oltrepassiamo
i limiti, miniamo la stessa democrazia. Ogni abuso è una violenza democratica,
ogni scantonamento una ferita allo Stato, ogni arbitrio un colpo alla comunità.
Facciamo in modo che non morirono
invano tutti gli eroi della libertà e i Nostri licatesi:
1)Raimondo
Savarino, martoriato e ucciso a Borzonasca in Liguria ;
2)Di Paola
Angelo, catturato con altri 17 partigiani venne prima torturato e poi avviato
alla fucilazione in località Sbaranzo di Clavesana;
3)Mantia
Angelo arruolato nella brigata Matteotti
morì in combattimento tra Baldissera d’Alba e Canale;
4)Gueli
Niccolò arruolatosi volontario a 19 anni nei parà della Folgore trovò eroicamente
la morte il 19 aprile 1945 con altri 37 paracadutisti del Corpo dei volontari
della Libertà sulla dorsale appenninica della linea gotica nel comune di Castel
del Rio, mentre cercava di espugnare la fortezza posta su Case Grizzane dove
erano asserragliati i cosiddetti Diavoli rossi tedeschi, aprendo il varco alle
truppe di liberazione.
per dilagare
nella pianura padana
5)Cassaro
Giuseppe carabiniere, vice brigadiere in servizio a Pinerolo in Val Chisone,
appartenente alla Brigata Ettore Serafino, cadde per fucilazione a Fenestrelle
il 22 aprile del 1944.
Né
soffrirono invano le donne deferite al tribunale speciale, istituito nel
novembre del 1926 per crimini contro la sicurezza dello Stato ed il Regime
fascista, cioè per i reati politici. Le coraggiose donne Siciliane sottoposte a
giudizio per avere difeso diritti sacrosanti negati dalla dittatura:
1) Lucia Caponnetto di Francofonte,
arrestata perché svoleva attività antifascista,
2) Giuseppina Cosolito di Caltagirone,
3) Amalia Gregorio di Santa Teresa Riva
(Me),
4) Emilia Ermellino di Messina.
5) Marrale Alessandra nata a Licata,
Tutte poi rinviate al tribunale ordinario
E non fu vano il dolore di chi pagò la dissidenza al fascismo col confino sperimentando sulla propria
pelle la limitazione della libertà personale:
1) Francesco Incorvaia;
2) Gaetano Cascino calzolaio,
antifascista;
3) Giuseppe Giosuè Greco, impiegato, apolitico;
4) Alfredo La Perna spedizioniere, comunista;
5) Onofrio Cavaleri, fotografo,
socialista;
6) Giovan Battista Adonnino, avvocato,
fascista;
7) Pietro Francesco Guidotto, studente,
fascista
Facciamo in modo che
dalle ceneri del passato nasca nuova semenza di civiltà e non di barbarie.
Buon 25 aprile
Bibliografia
1) S. Carbone- L. Grimaldi, Il popolo al
confino. La persecuzione fascista in Sicilia, Archivio centrale dello Stato,
Roma 1989
2) C. Zangara, Per Liberar l’Italia. I
Siciliani nella Resistenza /1943-45), ediz. La Vedetta Licata, 2011
sabato 19 febbraio 2022
I Parte
Licata per il periodo che va dal 1910 al 1936 ebbe uno sviluppo economico mai toccato prima dovuto alle iniziative promosse dalle famiglie operanti nel nostro territorio: la famiglia Verderame porto’ avanti la costruzione di una raffineria di zolfo, oleifici, Molini e pastifici. La stessa aveva rapporti commerciali con l’estero per quanto riguardava lo zolfo raffinato. Una credenza popolare voleva che durante la guerra 15-18 sottomarini austriaci nel nostro litorale quasi davanti alla raffineria Verderame si prodigarono di notte ad imbarcare lo zolfo raffinato che serviva per usi bellici. La manodopera per tutto l’indotto di allora era insufficiente al fabbisogno e quindi veniva reclutata dai paesi vicini e poi restava nel nostro paese definitivamente. Se tutto questo portava benefici economici agli industriali locali altrettanto non era per quel che riguardava i servizi che l’amministrazione comunale dii allora doveva erogare alla comunità locale, presupposto questo per dare un assetto definitivo ad una città prevalentemente industrializzata per quel tempo. Il quartiere marina era privo di fognature % e lo fu- fino al 1950. La mattina di buon’ora un operaio del Comune arrivava in quella zona munito di una botte a forma rettangolare ovalizzata poggiata su ruote e trainata da un asino. In un determinato incrocio di strada, si fermava suonando il corno: avvisava gli abitanti della zona di svuotare dentro la botte le urine e gli escrementi che durante il giorno tenevano nella propria abitazione. In quella zona la mancanza dei servizi igienici causò un forte incremento di tracoma e tubercolosi. L’acqua corrente era prerogativa di famiglie che si potevano permettersi finanziariamente una spesa per la conduttura e l’allacciamento idrico mentre la rimanenza della popolazione poteva usufruire dell’acqua attingendo alle fontanelle pubbliche sistemate quasi ad ogni incrocio di strada. Con la chiusura delle attività della famiglia Verderame e della raffineria di zolfo di proprietà del barone la Lumia, non restò che la sola attività del porto e con essa i lavoratori portuali che si costituirono nel 1931 in compagnia portuale “Monte Ecnomo” .Mentre le agenzie marittime continuarono la loro attività propiziata dal continuo flusso di piroscafi da trasporto che approdavano nel nostro porto. Unico avanzo di quella industria che appartenne alla famiglia Verderame fu la centrale elettrica che nasce a Licata nel 1921 ed erogava illuminazione solo di sera. Presidente della società forza e luce era l’Onorevole Verderame, uomo di grande talento e lungimiranza imprenditoriale, di bontà d’animo e amante del suo paese. .A tal proposito si ricorda- e si tramanda- uno dei tanti episodi: di magnanimità’: a Licata molti avevano in casa l’energia elettrica ma alla fine del mese tante erano le bollette arretrate cosi che un giorno il direttore amministrativo della società, ragionier Angelo Cellura, propose al presidente, onorevole Verderame, di sospendere l’energia elettrica per mancato pagamento. “ Ma così rischiavano di mettere al buio una buona parte del paese - rispose il presidente: - se non pagano vuol dire che per il momento non hanno di che mangiare quindi diamo loro del tempo e non interrompiamo l’energia elettrica.” Con il passare degli anni la centrale elettrica si rivelò obsoleta e intanto avanzava il gigante regionale “la società elettrica della Sicilia” che grazie ad interventi politici pote’ mettere le mani su Licata decretando la fine di un ultimo glorioso passo di storia licatese, nato grazie al coraggio e all’imprenditoria che fu vanto della famiglia Verderame e di alcune famiglie facoltose che entrarono nella società “ Forza e luce” in qualità di soci di minoranz Dopo la chiusura di diverse infrastrutture industriali per diversi ceti della popolazione locale si apre un’altra prospettiva: la guerra in Africa orientale. In quel periodo la guerra d’Africa per Licata rappresentò uno sbocco salutare per la disoccupazione galoppante venuta a crearsi. Il fascino dell’arruolamento volontario fu da stimolo on il miraggio di restare in Africa ed avere la concessione di terre da coltivare. Molti Licatanesi partirono, alcuni ritornarono dopo la conclusione dell’avventura africana e comunque prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Durante il secondo conflitto mondiale l’Italia si trovò in profonda crisi per la mancanza di importanti materie prime che necessitavano per la produzione di armi belliche. Così un decreto del governo ordinò che i cittadini possessori di manufatti in rame dovevano consegnarli.come successo a Licata all’autorità locale preposta alla raccolta. Gli interessati venivano risarciti nella misura che consegnavano. Della direttiva ministeriale era demandata la prefettura di Agrigento che a sua volta emanava istruzioni al podestà di Licata per rendere esecutiva il decreto.a Licata alcuni cittadini portarono volontariamente le pentole di rame nel magazzino -ora distrutto - di piazza Sant’Angelo. Altro materiale casalingo di rame veniva requisito a volte durante la perquisizione che eseguivano alcune squadre fasciste.. Non sappiamo se i proprietari venivano risarciti una volta effettuato il sequestro oppure no. per non aver volontariamente consegnato le suppellettili. Con lo stesso decreto ministeriale si procedette all’asportazione delle recinzioni in ferro delle due ville comunali che restarono senza recinzione fino al termine del secondo conflitto mondiale Il 10 luglio del 43 doveva essere un giorno come un altro per i pochi Licatesi che non si erano rifugiati nelle vicine campagne per evitare i disagi causati dal continuo suono della sirena posta sopra l’orologio del palazzo comunale e correre frettolosamente nei rifugi antiaerei per l’imminente sbarco alleato Infatti nella notte del 9 luglio dopo uno sporadico bombardamento navale-scesero le prime truppe da sbarco aspettando l’alba per iniziare le operazioni militari. A Licata nella zona del porto stazionava un treno armato munito di due cannoni antiaereo che doveva tenere testa ad una flotta di invasione che dal Golfo di Gela arrivava fino a Torre di Gaffe. Il mare era stracolmo di navi militari, navi appoggio, navi trasporto truppe, Per tutta la giornata del 10 luglio le truppe di invasione, dopo essersi assicurata la testa di ponte, dal porto di Licata, continuarono a riversare sulla spiaggia mezzi pesanti, artiglierie, carriarmati, vettovagliamento che servi subito per la popolazione affamata. Nei giorni precedenti lo sbarco alleato.la città si era trovata in una situazione caotica per il grande movimento militare che imperversava . Tutti i militari italiani e tedeschi catturati durante le operazioni nell’entroterra venivano trasferiti al porto per essere imbarcati e condotti nei campi di prigionia del Nordafrica. Prima dell’imbarco gli ufficiali venivano portati nella sede del palazzo municipale comunale per essere interrogati dalle autorità militari alleate invece i militari di truppa venivano interrogati all’imbarco. Dal 25 luglio 1943 -data della caduta del fascismo- cessarono i trasporti verso i campi di prigionia. I militari dopo essere stati schedati venivano rilasciati per tornare alle rispettive residenze chi a piedi o con mezzi di fortuna. Nel palazzo comunale si insediarono il maggiore Toscani e il Capitano Philips statunitensi, rispettivamente comandante militare ed il secondo adetto all’amministrazione civile. Nel palazzo dell’avvocato Greco fu istituito il comando della CIA, nel palazzo del barone la Lumia il comando militare di zona. Il primo atto che l’amministrazione militare ebbe a fare per fronteggiare il problema dell’alimentazione fu la precettazione dei panifici locali: Traina Giuseppe, Bona Vincenzo e Bruno concedendo agli stessi farina proveniente dagli Stati Uniti per la panificazione. Per il resto non ci fu bisogno di altro perché le truppe statunitensi facevano a gara nella solidarietà verso la popolazione che tanto aveva bisogno in quel momento. Durante l’occupazione militare alleata i processi e qualsiasi contenzioso civile veniva istruito presso il palazzo comunale con giudice civico il capitano Philips che, avvalendosi dell’interprete di fiducia nella persona del Cavaliere Matteo vecchio Verderame, istruiva e sentenziava, a seconda dei casi? Circa l’80% delle sentenze che venivano commutate In multe da pagare in contanti. .Le somme venivano devolute all’istituto San Vincenzo di Paoli . . Il deposito alimentare per le truppe di occupazione fu collocato nella fabbrica Montecatini a fianco dell’attuale stazione ferroviaria. Intanto il mese di luglio si faceva sentire per il caldo afoso mal sopportato perché le spiagge di Licata, essendo zone militari di occupazione, erano assolutamente vietate. Nella città l’unico refrigerio era qualche bevanda fresca ma l’unica fabbrica di ghiaccio era guasta per mancanza di manutenzione o di qualche pezzo di ricambio. Avendo segnalato al maggiore Toscani la necessità di riparazione della fabbrica, lo stesso dispose l’invio di un camion officina, che tanti ne avevano al seguito dei mezzi corazzati, affinché provvedesse a rimettere in funzione la fabbrica di proprietà del Signor Bonsignore ubicata nella zona fontanelle. Durante la guerra il problema del vestiario era disastroso, mancava tutto, i giovani di oggi portano i pantaloni con toppe sulle ginocchia e nel sedere, sfilacciati ma in quel periodo era una necessità rattoppare qualsiasi indumento. Con l’arrivo degli alleati questo problema si cancellò radicalmente anzi si vestivano con indumenti militari facendo una grande confusione fra militari originali e paesani militari occasionali. Durante l’occupazione alleata,la città per l’approvvigionamento idrico si serviva del serbatoio comunale di via Gaetano de Pasquale. L’ acqua veniva distribuita a mezzo di una botte trainata da un cavallo per le vie del paese Vi era un altro serbatoio alla stazione ferroviaria con acqua proveniente dalla contrada Pisciotta, dove era una sorgente una volta proprietà comunale che a sua volta era stata ceduta alle ferrovie dello Stato. Alle truppe di occupazione doveva pervenire l’acqua potabile ma non fecero nulla per la confisca del prezioso iquidò . Si era in piena estate. Cosi ‘ su disposizione del comando militare di occupazione venne diramato l’ordine di installare un dissalatori nelle vicinanze della “Lanterna”-il faro del porto - la cui produzione bastava a tutto il abbisogno militare. Poiche’ era in dotazione militare venne rimosso non appena il fronte si sposto’ opiù a nord. Man mano che il fronte si allontanava il flusso militare dal porto si andava esaurendo perché con la conquista di Palermo del generale Patton, tutto il convogliamento alleato fu spostato in quella direzione. Passato il periodo di occupazione militare il paese si trovò di fronte alla propria situazione economica che si può riassumere parzialmente così: il porto era pieno di residuati bellici e nessuna attività mercantile era possibile perché si era ancora in piena guerra e gli unici natanti che solcavano i mari erano navi da guerra; i pochi pescherecci per la pesca erano in disarmo per i motivi narrati La Compagnia portuale “Monte Ecnomo” forte di centinaia di unità lavorative impiegati per lavori manuali nelle basi militari, si trovò da un giorno all’altro senza lavoro; la fabbrica Montecatini totalmente distrutta dai bombardamenti prima e durante lo sbarco alleato, fu adibita dagli americani a deposito alimentare all’aperto. Dopo la partenza degli alleati resto uno spiazzale senza nessuna recinzione Successivamente e dopo alcuni anni la fabbrica fu ricostruita dalla stessa società e riattivata riprendendo la produzione di fosfati per l’agricoltura. Per andare ad Agrigento c’era un camion civile all’aperto e per avere un posto nel cassone del camion bisognava essere raccomandato. La campagna -o meglio dire quello che restava dell’agricoltura - era in continuo pericolo di residuati bellici e prima di iniziare a lavorare la terra con l’aratro bisognava che generi militari ripulissero le zone agricole. Poiché si era nel marasma generale il problema fu ignorato.e gli agricoltori spinti dalla necessità e senza nessuna precauzione iniziarono a lavorare la terra, cosi che molti ci lasciarono la vita per le mine lasciate durante la guerra. In questo disastro ambientale lasciato dalla guerra, che per noi fortunatamente fu di passaggio, gli agricoltori furono costretti a vivere sacrificandosi a fare altri lavori. Si .cominciò con il mercato nero e si ando’ a finire in una miriade di espedienti. Per fortuna incominciarono ad arrivare dagli Stati Uniti -da parte di parenti o familiari diretti -rimesse in denaro, indumenti ed erano così numerosi i pacchi che arrivavano giornalmente che ci fu bisogno di un grosso mezzo per la distribuzione ed una scorta di due carabinieri per evitare qualche rapina da gente pronta ad approfittarne. Tutto questo stato di cose non poteva durare per troppo tempo, la popolazione era esasperata.così il 28 maggio 1944 scoppio quello che non doveva succedere: Una dimostrazione pacifica si trasformò in una vera sommossa popolare. Fu occupato il palazzo municipale e grazie all’intervento carismatico di Giuseppe Muscia fu salvato dalla distruzione. Sorte diversa fu riservata ad altri uffici distaccati.infatti l’esattoria comunale, l’ufficio delle imposte e l’ufficio registro furono date alle fiamme insieme ai mobili e a tutta la documentazione. Durante il periodo bellico alla popolazione non solo mancavano i viveri di grande necessità ma anche indumenti intimi e vestiario in generale. Con .l’entrata degli alleati oltre che si risolse il problema alimentare si copri’ anche il fabbisogno del vestiario per quanto concerne quello maschile ma con qualche lacuna. Si era soldati sergenti, capitani e persino generali a seconda dell’indumento militare che gli uomini civili portavano addosso.perciò accade che....... Un giorno che un vero generale arrivo’ a Licata scortato da alti ufficiali, nell’attimo di entrare nel portone del palazzo La Lumia, sede del comando generale, incrociò due militari che oltre a non fermarsi, addirittura non fecero cenno di saluto. L’alto ufficiale, appena entrato nel salone del palazzo, era su tutte le furie lamentando scarsa disciplina militare. Un ufficiale presente alla sfuriata fece rispettosamente osservare che si trattava di civili licatesi che, non avendo altri indumenti, indossavano uniformi militari. Il generale comprese la precisazione ma fece rilevare che almeno avrebbero potuto togliere le mostrine con i gradi. Poiche’ tutto ciò non era avvenuto dispose che i civili fermati con indumenti militari fossero spogliati di tutto quello che portavano addosso. Si istituirono squadre di militari in gruppi di 4 o 5 con armi alla mano cosi che ogni licatese che incontravano sulle strade con indumenti militari veniva portato al più vicino atrio o portone, messo in mutande - se anche queste non erano militari - ed il poveraccio era costretto a correre verso casa nudo. Un contadino che aveva l’abitazione di campagna poco distante, alcune centinaia di metri dal deposito alimentare delle truppe di occupazione, penso’ bene di eludere di notte la sorveglianza della sentinella americana e con l’asino munito di “Vertole” si mise a razziare tutto quanto aveva a portata di mano. Ma la sentinella - visto un’ombra che si aggirava in quella zona- intimo’ l’alt. . Il povero contadino, visto il pericolo imminente di beccarsi qualche fucilata,senza pensarci due volte, si mise a correre lasciando l’asino carico di ogn ben di Dio. Intervenuti altri militari di guardia che parlavano bene anche il dialetto siciliano, misero in atto uno stratagemma: posto l’asino in posizione di uscita punzecchiandolo lo incitarono a camminare e l’asino li porto’ direttamente nel casolare dove era ilcontadino che ostentava indifferenza come se l’asinello non era suo di proprietà. Gli americani compresero l’imbarazzo del contadino.Tuttavia, dopo averlo rimproverato perché non aveva richiesto ma rubato la merce militare, lo perdonarono e gli consegnarono l’asino con il contenuto che aveva indebitamente prelevato. I detenuti rinchiusi nel locale carcere circondariale furono liberati, alcuni che dovevano scontare pochi mesi di reclusione preferirono restare in carcere seppure con le celle aperte. Tuttavia ristabilito l’ordine i fuggiaschi furono arrestati e tradotti nel carcere di Agrigento.i carabinieri si trincerarono in caserma in attesa di ricevere rinforzi I collegamenti telefonici furono interrotti. Licata era in mano ai rivoltosi e qualcuno mise in postazione sopra l’attuale villa Garibaldi una mitragliatrice pesante montata su tre piedi. Ma i rivoltosi tutto avevano pensato tranne un mercantile inglese ancorato al porto che non appena ebbe sentore di quanto stava accadendo in città Il suo comandante telegrafo’ al governatore militare della Sicilia colonnello Poletti. Questi, appresa la notizia, dispose l’invio dell’aviazione USA per procedere ad un portamento intimidatorio sulla città. Se ciò non avvenne fu per la presenza dei militari italiani che avevano la funzione di collegamento con il governo provvisorio. Il generale Antonino Cuttitta, delegato dal Poletti a ristabilire l’ordine, prese in mano la situazione per i provvedimenti di emergenza: Da Palermo telegrafo al distretto militare di Agrigento dove era sistemato un presidio militare italiano per l’invio a Licata di truppe in assetto di guerra con precise direttive di ripristinare l’ordine pubblico. Poiché era opinione di alcuni- e il comandante del piroscafo inglese lo confermò - che si trattava di sommossa comunista, le truppe autotrasportate non appena entrarono in città si misero a sparare su ciò che era portata di tiro. Una prima vittima cadde nel corso Vittorio Emanuele di fronte la chiesa del Purgatorio. In altre zone vi furono altre vittime.arrivarono anche i carabinieri per dare manforte alla caserma assediata. Rompendo l’assedio, si diede inizio ad operazioni di arresto in ogni parte del paese. Si dispose il coprifuoco dalle ore 18:00 alle ore 8:00 del mattino seguente. Gli arrestati furono trasferiti ad Agrigento e successivamente a Palermo per essere processati con gravi imputazioni tra cui attentato contro i poteri dello Stato. Il Sindaco di Licata Professor Francesco Amato si dimise dall’incarico ed al suo posto venne nominato il commissario prefettizio Dottor Boccone. A quest’ultimo il governo concesse maggiore autonomia e incominciarono ad arrivare aiuti economici che con grande oculatezza cercarono di far ripartire i settori. Per togliere la dilagante disoccupazione e giovandosi di una grande estensione di terreno donato dalla famiglia Liotta alle otto venne deliberata la costruzione del campo sportivo che prenderà il nome di campo sportivo Dino Liotta in memoria del tenente di vascello morto all’inizio del secondo conflitto mondiale. Lo stesso e’ ricordato in una donazione del pulpito esistente nella chiesa di Sant’Angelo. Dopo la partenza del commissario prefettizio Dottor Boccone si svolsero le prime elezioni comunali con maggioranza del partito democratico cristiano supportato dal clero locale e da tutte le organizzazioni cattoliche. Direttive emanate dalla curia vescovile erano categoriche nel lottare il comunismo che era la negazione di Dio In quel periodo in occasione del venerdì Santo con la presenza del vescovo di Agrigento monsignor Peruzzo si svolsero manifestazioni del venerdì Santo con una sola modifica di tutta la storia licatese: al Cristo crocifero fu sostituito la fascia rossa con una fascia bianca. In quella circostanza il vescovo ebbe a dire dal calvario la seguente frase: “Chi vota comunismo e’ contro Dio.” La prima elezione per il consiglio comunale ebbe come sindaco il Cavaliere Giuseppe la Lumia ma resterà in carica soltanto due mesi. Nell’ambito del consiglio comunale si avvicendarono diversi sindaci ma con scarsi risultati per la città. Al La Lumia subentro’ l’avvocato Giovanni Melilli in carica dal 14/06/46 al 18/6/ 47; e poi l’avvocato Enrico Peritore e il dottor Giuseppe Di Bona commissario prefettizio, il Cavaliere Giuseppe Lomonaco, l’onorevole Ines Curella Giganti e il dottor Angelo Cestelli. Nel 1947 venne eletto deputato al parlamento regionale la professoressa Ines Curella Giganti nel Collegio di Agrigento nelle fila della democrazia cristiana, donna di spiccata intelligenza e docente presso il liceo classico comunale di Licata. All’interessamento della stessa si deve il ritorno nel palazzo comunale del trittico che oggi si ammira nella sala consiliare del Comune in quanto lo stesso era stato asportato durante l’occupazione militare alleata e trasferito a Siracusa al seguito di un ufficiale americano amante di cose belle. In quel periodo per il licatese che si recasse a Catania era oneroso e massacrante. Nob appena insediatosi al palazzo dei normanni sollecitò la concessionaria SITA di Firenze affinché istituisse una linea di pullman Licata Catania e viceversa, cosa che ottenne. Si prodigò presso gli assessorati regionali per interventi urgenti da assegnare a Licata e promuovere tutte quelle iniziative idonee per una ripresa dell’economia locale. Il porto andava riprendendo quel ruolo che aveva in passato.Le gloriosa agenzie marittime:” Santamaria e Saito” “ Silvio Errante e figli” “ Enrico Peritore”, “ Francesco Boero Peritore sfruttando vecchie amicizie con ditte e spedizionieri stimolarono la venuta nel porto di mercantili anche di grosso tonnellaggio per imbarchi e sbarchi di materiale vario, incoraggiati anche dalle tariffe portuali con sconto che praticava la compagnia portuale “ Monte Ecnomo” al fine di portare lavoro ai portuali. La società Montecatini riattivo’ la fabbrica distrutta dai continui bombardamenti durante la guerra, favorì l’arrivo di piroscafi con carico di fosfato che, lavorato nella fabbrica , produceva concime per l’agricoltura. L’agricoltura si rimise lentamente in marcia producendo primizie che in quel periodo nella nostra zona solo Licata vantata. I treni merci giornalmente smistavano le nostre primizie. Era stato riattivato il tratto di ferrovia che dalla stazione centrale conduceva al porto. Alcuni sindaci che per un verso si erano prodigati e per l’altro ingiustamente furono coinvolti in circostanze gravi a loro non imputabili: 1) Avvocato Enrico Peritore, Sindaco dal 29 /7:/47 al 7/ 03 / 50 a lui si deve il rifacimento stradale in basole della via Sant’Andrea allora strada impraticabile. 2) dottor Giuseppe Di Bona commissario prefettizio dal 7 ;03/ 50 al 19:/05 /51 Sotto la sua gestione commissariale fu inaugurato l’arrivo a Licata dell’acqua “Tre sorgenti “ con discorsi in Piazza Progresso del presidente della regione onorevole Franco Restivo presenti le massime autorità regionali e provinciali Vi fu una giornata di festeggiamenti culminata con un grande ricevimento alla terrazza Olimpia. Finalmente l’acqua arrivo in abbondanza salvo a intermittenza nelle tubature ogni otto giorni. 3)Cavalier Giuseppe Lomonaco sindaco dal 19/ 51 al 10 /6:/ 52.per quanto considerato sindaco di transizione seppe tener testa alle aspirazioni interne del suo partito e dall’opposizione spietata delle sinistre. A si deve l’acquisto da parte del Comune della ex raffineria di via Salso per adibirla a mercato ortofrutticolo comunale togliendo lo sconcio dell’allora mercato posto in piazza Sant’Angelo La spesa dell’acquisto fu di lire 19 milioni Le opposizioni di sinistra demagogicamente chiedevano con comizi pubblici l’istituzione di una commissione di inchiesta per mettere in stato di accusa la loro amministrazione comunale per aver effettuato una spesa per loro inutile. 4) Onorevole Ines Gigante Curella Sindaco dal 1952 al 13-3-53 . Non essendo stata rieletta per pochi voti all’assemblea regionale siciliana si candidò per il consiglio comunale e successivamente venne eletta.sindaco per il periodo sopra indicato. Fatta esperienza nell’ambito del governo regionale, avendo trascorso una legislatura con conoscenza in tutti rami assessoriali, trovò simpatia e solidarietà e con lei arrivarono le prime opere finanziate dal governo regionale. Si diede un gran da fare ma purtroppo le cose buone durano poco. Le correnti democristiane erano di fresca istituzione e quindi la nostra Ines dovette subire la logica dei numeri: sfiduciata! 5) Dottor Angelo Cestelli sindaco dal 15 aprile 60 al 10 settembre 60. Sotto la sua sindacatura avvenne un altro tormentone popolare che può essere paragonato a quanto avvenne il 28 maggio del 44. In quel periodo si parlava molto negli ambienti politici della costruzione di una centrale termoelettrica da realizzarsi nel territorio di Licata. Quando sembrò che la realizzazione era certa vi fu un passo indietro della regione siciliana che opto per la città di Porto Empedocle voluto fortemente dall’Onorevole Giuseppe Sinesio a capo della corrente fanfaniano. I Licatesi ancora una volta dovettero constatare di essere stati bidonati, abbandonati e mortificati da un personaggio politico che veniva a raccogliere voti a Licata dato i nostri paesani venduti e ruffiani per tornaconto personale. A quel punto insorsero come protesta popolare senza distinzione di colore politico: a) Dimostrazione popolare nella piazza principale con il sindaco Angelo Cestelli che per solidarietà sfilò in corteo con la popolazione. b) Molte persone occuparono la stazione ferroviaria e bloccarono i treni in arrivo e partenza c) Arrivarono in piazza stazione alcuni esponenti politici locali e provinciali per solidarietà ma vennero allontanati dalla popolazione. Siamo nel 1960 e la struttura dello Stato non è quella del 44. Arrivarono forze militari da ogni zona sul Licata e ripristinarono l’ordine pubblico pure con arresti ma sempre in stato di allerta per un certo periodo. Un nuovo tafferuglio scoppiò in piazza stazione nel pomeriggio verso le ore 16:00. Nel marasma parti qualche sparo da parte delle forze dell’ordine e una pallottola vagante colpì un giovane che tutto faceva tranne protestare tanto era di indole buona: Giuseppe Napoli. Fino a tarda notte la città resto in stato d’assedio ma non successe più nulla. Il giorno successivo la calma torno in città. La centrale idroelettrica che doveva sorgere a Porto Empedocle fu dirottata a Termini Imerese con buona pace per i due contendenti ed il morto che ci abbiamo rimesso. Il sindaco Cestelli ricevette una mozione di sfiducia in consiglio comunale da parte della maggioranza che l’aveva sostenuto; pago’ ingiustamente colpe che non aveva. Dopo gli avvenimenti descritti iniziò l’emigrazione in massa verso la Germania dove trovarono lavoro e mandarono rimesse in denaro alle famiglie che lasciavano in paese. Ancora una volta l’emigrazione salvo’il Licatese dalla miseria.. A conclusione di questo itinerario storico locale che vanta un periodo limitato del nostro tempo ricco di avvenimenti è meglio ricordarli con il titolo: “ Le ricadute.” Cosi’ mi piace ricordare questi avvenimenti perché Licata per sua disgrazia non ha mai goduto come un paese che nasce si evolve nel tempo. Ha avuto bagliori di luce ma anche ombre spaventose con un’alternanza che fa pena ricordare i nostri poveri concittadini in che stato vivevano. Oggi alle soglie del III millennio non c’è una famiglia del ceto medio che non abbia il suo appartamento senza che manchi la doccia il doppio servizio ed il telefono. Ma a Licata negli anni del boom industriale mancavano le fognature, l’acqua corrente, le strade asfaltate, la doccia si faceva nella pila grande con acqua gettata con la cannata. Altro che doppi servizi! Il doppio servizio era costituito dalla famosa “Cascetta “ nella zona marina priva di fognature. |
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